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Il chiostro di Voltorre

  • Chiostro di Voltorre - Gavirate
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  • Chiesa di San Michele a Voltorre - Gavirate
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L’antica chiesa di San Michele a Voltorre apparteneva ad un complesso monastico molto più vasto posto al centro di una corte rurale che formava un recinto quadrato attraversato da un asse viario nord sud su cui affacciava l’ingresso principale del monastero rifatto nel 1643 con forme classicheggianti dal canonico lateranense Don Raffaele Appiani. Dell’antica cinta medievale si conservano i due archi d’accesso: quello sud mostra, molto deteriorate, due formelle scolpite molto simili a quelle visibili all’interno del chiostro sugli stipiti di una porta, oggi tamponata, e raffiguranti due forme zoomorfe, forse un drago ed un leone, risalenti sicuramente all’epoca romanica.

Il chiostro, così come lo si vede oggi, risale alla fine del 1100 - primissimi anni del 1200 e venne realizzato per volontà dei Monaci Fruttuariensi qui residente a cui la chiesa e la torre di Voltorre erano stati assegnati per decreto papale nel 1154. I fruttuariensi erano un ordine monastico fondato agli inizi del XI secolo da Guglielmo da Volpiano, monaco benedettino cresciuto in ambito cluniacense famoso per aver ricondotto numerosi monasteri al rigoroso rispetto della Regola di San Benedetto.

L’ordine fruttuariense, alle cui dipendenze si trovavano numerose proprietà sparse per tutto il nord Italia tra cui anche la Badia di San Gemolo a Ganna, era organizzato in modo fortemente centralizzato: esisteva un’unica abbazia, situata a Fruttuaria nel territorio di San Benigno Canadese (Piemonte), il cui abate gestiva i patrimoni di tutti i priorati attribuiti all’ordine, tra cui, appunto, Voltorre, e aveva il potere di eleggerne i Priori. Questo significava che i singoli monasteri non avevano la possibilità di gestire autonomamente le proprie ricchezze. Quel che si sa per certo è che verso la fine del 1100 un priore di Voltorre, tale Ugo, divenne per un certo periodo abate di Fruttuaria. Pochi anni dopo, per ragioni politiche, dovette rinunciare alla carica e tornare a Voltorre ottenendo però di poter conservare il titolo di Abate (ecco perché molto spesso il monastero di Voltorre viene indicato come Abbazia), che i monaci voltorresi potessero eleggere direttamente il proprio priore e soprattutto di poter gestire direttamente le ricchezze del monastero che dovevano essere piuttosto ingenti date le numerose proprietà terriere in suo possesso. La nuova disponibilità economica permise quindi di chiamare un maestro costruttore, Lanfranco da Ligurno, attivo nella zona tra la fine del 1100 ed i primi anni del 1200, di cui si conserva la firma su un capitello scolpito del chiostro, per edificare il monastero stesso. All’epoca, un magister si occupava sia della progettazione sia della realizzazione dell’opera, compresa la decorazione scultorea. A Lanfranco dobbiamo quindi il chiostro come oggi si presenta al visitatore, se non fosse per qualche intervento successivo come la decorazione ad archi in cotto, sormontati da un fregio di archetti pensili intrecciati e da un motivo ornamentale con mattoni disposti a dente di sega, probabilmente seicentesco, che nel lato nord ha sostituito l’originale trabeazione in pietra presente negli altri tre lati.

Il lato ovest, forse il più antico e certamente il primo ad essere costruito, è caratterizzato dall’avere colonne molto più massicce rispetto alle altre presenti nel chiostro mentre i capitelli sono stilisticamente molto simili: questo, insieme ad altri elementi, ha fatto ipotizzare che esistesse un edificio preesistente a cui le colonne appartenevano le quali sono state poi riutilizzate al momento dell’edificazione dell’intero complesso architettonico.

Questo fatto non deve sorprendere: in un periodo storico dove esisteva una certa penuria di materiale da costruzione era frequente il riutilizzo di elementi preesistenti. La non omogeneità con il resto del chiostro non doveva poi essere un problema dato che l’arte romanica preferiva la varietà alla simmetria. Il chiostro poi, elemento centrale del complesso monastico, avendo la duplice funzione di collegamento tra i diversi ambienti di vita dei monaci e di luogo di preghiera e meditazione, doveva rappresentare il paradiso il terra, anticamera del paradiso celeste, e riprodurre la varietà e la bellezza del mondo appena creato dalla mani di Dio.

E così arriviamo all’elemento che rende il chiostro di Voltorre unico nel suo genere: la straordinaria decorazione scultorea che decora i suoi capitelli che risultano essere uno diverso dall’altro. Ogni capitello è ornato da foglie, fiori, animali, figure mitologiche derivanti dal bestiario e dall’immaginario medioevale che, oltre a far riferimento alla natura creata dal Signore, avevano anche un profondo significato spirituale che doveva assistere il monaco nelle sue riflessioni. Troviamo così sirene dalla duplice coda, simbolo della tentazione, caproni, scimmie, serpenti, aquile, archetipi antichi come la rosa celtica, i nodi, le spirali… e così via. Oggi è per noi più che mai difficile decifrare il significato delle immagini raffigurate ma ne subiamo la fascinazione immaginando i monaci, nelle loro lunghe giornate di preghiera e lavoro, mentre passeggiavano immersi nelle loro riflessioni per i quattro corridoi che costituiscono il porticato chiostrense. Molto interessanti sono poi le due formelle con figure zoomorfe che decorano gli stipiti di una porta, oggi murata, che affaccia sul chiostro. Anche in questo caso possiamo solo ipotizzare il loro significato: forse rappresentano un drago (il monastero, come la chiesa, è dedicato a San Michele, l’Arcangelo che scacciò Lucifero dal Paradiso scagliandolo sulla terra sotto forma di drago, appunto) e un leone, perché in epoca medievale si credeva che l’unico animale in grado di sconfiggere il Diavolo-drago fosse il leone, simbolo della forza del Signore.

Degli ambienti originali del monastero purtroppo rimane ben poco: qualche finestra strombata ed alcuni elementi architettonici valorizzati in fase di restauro. Della sua storia, sappiamo che rimase fruttuariense fino al 1600 quando, dopo il susseguirsi di alcuni “commendatari” (esponenti di famiglie nobiliari a cui il monastero, con tutte le sue proprietà, vennero date in gestione), Voltorre passò ai Canonici Lateranensi di Santa Maria della Passione di Milano. Questi ultimi non risedettero mai a Voltorre, limitandosi ad inviare per brevi periodi un loro incaricato per gestirne il patrimonio. Ad uno di essi, don Raffaele Appiani, sono da attribuire alcuni lavori di ristrutturazione come la conversione della grande sala posta sul lato est, forse in origine costruita per essere la nuova chiesa dei Fruttuariensi, in sala capitolare, l’abbellimento delle stanze poste al primo piano nel lato ovest con decorazioni in stucco ed affresco e la costruzione di un grande camino e la conversione del giardino su cui affacciavano in una sorta di “giardino di delizie” con fiori, fontane e piante ornamentali. Tutti questi interventi sono testimoniati da alcune targhe dipinte e scolpite che si trovano sopra le porte di accesso al chiostro. Nell’ottocento poi, l’ordine laterenense venne soppresso per effetto degli editti napoleonici, ed il monastero, già in stato di grave decadimento, venne venduto a privati che lo trasformarono in abitazioni e ricoveri per gli attrezzi agricoli.

Nel 1913, il lato est venne distrutto da un incendio causato proprio dalla presenza di benzina e macchinari ricoverati sotto il porticato. Per molti decenni l’interesse per il chiostro venne tenuto vivo da numerosi artisti ed esponenti della cultura locale ma i diversi avvenimenti bellici che interessarono il novecento non ne permisero il restauro. L’interesse collettivo era poi diretto solo al chiostro, riconosciuto monumento nazionale agli inizi del 1900, e non all’intera struttura monastica che pertanto subì numerose manomissioni interne che rendono oggi impossibile l’identificazione degli ambienti originali.

Dagli anni ’70 è iniziato il lungo processo di acquisizione del bene da parte delle Istituzioni conclusosi solo negli anni ‘80. Da allora ad oggi il monastero è stato completamente restaurato ad opera della Provincia di Varese, proprietaria del bene, ed attualmente è utilizzato come sede di mostre ed eventi culturali.

 

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